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In collaborazione con Comune di Genova ed Università degli Studi di Genova

Logo del progetto "Prati Urbani Fioriti" di ASTER, raffigurante una coccinella, una margherita e una goccia d'acqua all'interno di un cerchio

“In passato abbiamo chiesto una cosa sola ai nostri giardini: essere belli.
Oggi invece devono supportare la biodiversità, stoccare carbonio, supportare gli impollinatori e infliltrare l’acqua”
Doug Tallamy

In questi giorni, in varie zone della città, comincerai a vedere qualche prato spontaneo. Zone di erba alta, dove non prevedono una fruizione o un calpestìo; zone inutilizzate, selezionate per diventare un hotspot urbano di biodiversità. Sono aree abbandonate quindi? Assolutamente no. Sono zone selezionate dove si lascia che la natura riprenda le sue funzioni, e che vengono gestite con un paio di tagli all’anno. Si tratta di un percorso lento, ma non lentissimo: le piante erbacee, graminacee comprese, hanno un ruolo nei processi naturali, e uno di questi ruoli è (ri)generare il suolo.

Oggi sappiamo quanto sia negativo il consumo di suolo, ma spesso non ci rendiamo conto che l’unico suolo che potrebbe essere “sano” nelle nostre città in realtà è trattato come fosse un pavimento. È il suolo all’interno delle aiuole, tra viali e giardini, che non vengono calpestate – o forse sì, ma ricordiamo che non dovrebbero esserlo comunque per salvaguardia dell’apparato radicale degli alberi che è costretto proprio lì – e che spesso vengono sfalciate a raschiare il terreno come se fossero piastrellate, in nome di un concetto distorto di ordine e pulizia. Ma il suolo è vivo, e ha bisogno delle piante per vivere, di tutte le piante, anche quelle spontanee. Per anni l’unico metro di giudizio sulla gestione del verde urbano è stata la “pulizia”: togliere le foglie, tagliare l’erba, potare, senza renderci conto che stavamo interrompendo il ciclo naturale attraverso cui la sostanza organica torna al terreno. Ora possiamo dirlo: i giardini non hanno bisogno di pulizia, i giardini hanno bisogno di cura. E in questo momento, la cura migliore che possiamo dare al nostro verde è lasciare che la natura faccia il suo lavoro e la rigeneri.

Le piante erbacee spontanee sono essenziali per un verde urbano che vuole essere parte della soluzione, invece che del problema della crisi climatica e della biodiversità; un verde urbano che vuole essere sostenibile, anziché un consumo di risorse che non sono orientate a ottenere i servizi ecosistemici.

E quindi, basta lasciare spazio all’erba?
No, non basta, ma è un elemento necessario, e ci aiuta in tantissimi modi.

Quando la natura non deve rispondere alla nostra idea di ordine, si rigenera e ripristina la salute del sistema e, insieme alla sua, la nostra: la salute umana è strettamente connessa con quella della biodiversità urbana, e questo tema ormai ha solide basi scientifiche. Le piante erbacee spontanee – più grandi sono meglio è – portano tanti miglioramenti:

  • le radici migliorano la struttura del terreno, aggiungendo porosità e sostanza organica
  • le radici mantengono vivo il terreno perché lavorano in simbiosi con una moltitudine di microrganismi
  • le piante erbacee offrono habitat riproduttivi per gli insetti utili e attraggono quelli che potrebbero essere nocivi per le piante coltivate
  • la fioritura offre supporto agli impollinatori.

Ma allora che differenza c’è tra “erbaccia” e “pianta spontanea”?
Tecnicamente, nessuna. La differenza è la percezione delle persone. Chi le chiama spontanee ne riconosce il ruolo ecosistemico, chi le chiama erbacce vede solo “disordine”, anche se sono fiorite e anche se si trovano in vendita nei vivai.
Ma quanta coscienza abbiamo del fatto che la nostra “percezione” di ordine sta sterilizzando il suolo? Quanto di metteremo a (re)imparare che in natura il vuoto non esiste, e che quello che chiamiamo “disordine” è solo un ordine diverso da quello che ci hanno insegnato?
È l’ordine biologico.
È la natura che ci aiuta a recuperare quello che abbiamo depauperato.

Le piante erbacee comuni (sì! proprio le “erbacce”!) aumentano la sostanza organica nel terreno, lo mantengono poroso e aiutano la penetrazione dell’acqua. Questo ci serve sia per avere una maggiore riserva idrica, sia per evitare gli allagamenti, a piccola e grande scala, dai nostri giardini alla città. I giardini possono aiutare a risolvere allagamenti semplicemente perchè un suolo risanato può lasciare infiltrare l’acqua. Un prato spontaneo può contribuire a mitigare la temepratura estiva perchè ha una temperatura minore di 10-15 gradi rispetto a quello sfalciato. Per lo stesso motivo, contribuisce a mantenere l’umidità del terreno.

I prati spontanei sono un presidio fondamentale per incoraggiare la presenza e la diversità degli insetti utili. Se vogliamo che il verde delle nostre città sia gestito secondo i principi della coltivazione biologica, come prescritto dal DM 63/2020, in funzione della salute pubblica, allora dobbiamo fare amicizia con la biodiversità.

Quindi lasceremo crescere l’erba alta ovunque?
No, non è il caso. Saranno selezionate alcune zone non pavimentate che non sono ( o non dovrebbero essere ) soggette a calpestìo e a fruizione diretta. Altre saranno seminate con miscele di piante spontanee fiorite perchè si sa, anche l’occhio vuole la sua parte. E poi possiamo continuare tranquillamente a sdraiarci sui prati rasati dei nostri parchi storici e continueremo a sfalciare creuze, marciapiedi e ogni spazio che ha davvero senso sfalciare. Qua e là però… qualcosa cambierà.

…Le zecche? portate dagli animali
…Le zanzare? si propagano esclusivamente nell’acqua
…I forasacchi? Favoriti dagli sfalci continuativi
… no, non ci sono scuse. Puoi fare la tua parte anche tu: semina il tuo metro quadrato di Prato Urbano Fiorito, vieni a ritirarlo ai nostri eventi!

Tesi a cura di
Paes. Elena Mora, curatore
Centro di servizi per i Giardini Botanici Hanbury (GBH&HBG)

Foto di
Barbara Lavagno